Con l’articolo di oggi – Partita IVA reddito zero – vogliamo rispondere ad una domanda che, molto spesso, ci viene posta dai giovani lavoratori che hanno intenzione di mettersi in proprio. Ovvero: “Cosa succede se, una volta aperta la Partita IVA, non fatturo nulla?”. Analizziamo insieme i vari casi per fare luce su questo argomento!

L’apertura della Partita IVA è un momento importante nel percorso professionale di una persona: un punto di svolta, che segna, a tutti gli effetti, l’ingresso nel mondo della libera professione o dell’autoimprenditoria.

È normale, prima di compiere una decisione del genere, interrogarsi sulle possibili conseguenze e, dunque, sugli eventuali costi fissi da sostenere a breve e lungo termine. Ma sono davvero così gravosi come si pensa di solito?

In realtà, a seconda dei casi (e con un pizzico di intelligenza!), è possibile ridurre questi costi fissi praticamente a zero. Come fare? Semplice: scegliendo un regime fiscale vantaggioso e facendo attenzione a non commettere sviste!

Aprire Partita IVA: quanto costa?

Partiamo da un presupposto: aprire la Partita IVA, per i liberi professionisti, è un’operazione a costo zero. La procedura, al giorno d’oggi, viene effettuata on-line e in maniera del tutto gratuita. Ad esempio, con FISCOZEN, potrai avviare la tua Partita IVA senza spese iniziali e in tempi rapidissimi. Per le ditte (commercianti e artigiani), invece, l’investimento di partenza è pari a 244 euro (sempre con FISCOZEN), comprensivo di pratiche e costi.

Nonostante l’apparente semplicità, è comunque importante farsi assistere, in fase di apertura, da una figura esperta in ambito fiscale. Dovrai, infatti, compiere alcune scelte fondamentali – come il Codice ATECO e il regime fiscale – che, in caso di errore, influenzerebbero negativamente la tua nuova attività, con il rischio di ricevere sanzioni.

Ad ogni modo, con FISCOZEN, l’apertura della Partita IVA, oltre ad essere gratuita, è accompagnata da un servizio di consulenza fiscale. Potrai, difatti, confrontarti con un esperto, che ti aiuterà a compiere le scelte giuste e a portare a termine correttamente tutti i passaggi, per iniziare quanto prima – e al meglio – il tuo nuovo lavoro!

Partita IVA: quali sono i costi fissi?

Una volta aperta la Partita IVA, potrai iniziare a fatturare i tuoi incassi. Ciò significa che, a partire dall’anno di imposta successivo a quello di apertura, dovrai cominciare a pagare tasse e a versare contributi previdenziali.

Che significa “dall’anno di imposta successivo a quello di apertura”? Per rendere tutto più comprensibile, facciamo questo esempio: se Marco, consulente marketing freelance, apre la sua Partita IVA nel 2020 (a prescindere da giorno e mese), dovrà predisporre la prima dichiarazione dei redditi e versare imposte e contributi solo nel 2021.

Inoltre, se sempre lo stesso Marco può adottare il regime forfettario (se risulta in possesso dei requisiti di accesso e manteninento fissati dalla normativa vigente), le sue imposte si ridurranno al 15% sul reddito imponibile (o al 5%, per i primi 5 anni, se possiede anche i requisiti per la cosiddetta aliquota start-up).

Un altro vantaggio molto interessante del regime forfettario – che, attualmente, costituisce l’opzione più conveniente per i giovani freelancers e, in generale, per chi ha un reddito annuo non superiore a 65.000 euro – consiste nella franchigia IVA, che abbatte ulteriormente gli adempimenti inerenti alla gestione della Partita IVA.

Difatti, i forfettari, a differenza dei colleghi ordinari semplificati, non applicano l’Imposta sul Valore Aggiunto sui prodotti e/o servizi offerti, né sono obbligati a presentare la dichiarazione IVA o ad effettuare la liquidazione periodica. Ciò si traduce in: 1) meno obblighi per il lavoratore; 2) tariffe più accattivanti rispetto ai competitors con regime ordinario.

Riepilogando, i costi fissi, per chi possiede una Partita IVA e si avvale del regime forfettario, sono di due tipi:

  • imposte;
  • contributi previdenziali.

Mentre i primi – le imposte – sono calcolate in maniera uguale per tutti i contribuenti (ovvero, con aliquota fissa al 15% o al 5% sul reddito imponibile), i secondi – i contributi – variano a seconda della cassa a cui si fa riferimento.

Ma cosa succede nel caso di una Partita IVA reddito zero, quando il fatturato dichiarato è pressoché nullo?

Analizziamo insieme le possibili situazioni e gli eventuali costi fissi da affrontare anche con reddito zero.

Partita IVA reddito zero: come comportarsi?

Il reddito di un lavoratore autonomo può variare nel tempo. A differenza degli impiegati pubblici o privati, infatti, commercianti, artigiani e liberi professionisti non hanno uno stipendio mensile fisso, bensì guadagnano sui prodotti venduti, sui lavori effettuati e/o sulle prestazioni offerte. Che cosa significa?

È semplice: se un anno calano le vendite (o il numero di committenti), cala inevitabilmente il fatturato.

In certi casi – seppure rari – il fatturato può essere addirittura nulloReddito zero, per usare un’espressione comune. In altre parole, durante l’intero anno di imposta, il lavoratore non ha incassato nemmeno un euro.

Come occorre comportarsi?

Il titolare di Partita IVA reddito zero è, comunque, tenuto a presentare la dichiarazione dei redditi, specificando “zero” nella casella per le somme percepite durante l’anno di imposta a cui si fa riferimento.

Cosa accade, invece, con imposte e contributi? Analizziamo i vari casi di una Partita IVA reddito zero.

1. Imposte con reddito zero: a quanto ammontano?

Il regime forfettario, come abbiamo già anticipato, prevede il versamento di un’unica imposta sostitutiva, chiamata così perché ‘rimpiazza’ i tradizionali tributi cui sono soggetti i lavoratori autonomi: IRPEF e addizionali.

Il calcolo dell’imposta sostitutiva viene effettuato sul reddito imponibile (ottenuto mediante la deduzione di una percentuale fissa, stabilita dal proprio Codice ATECO, per le spese di attività) indicato nella dichiarazione dei redditi, secondo un’aliquota fissa al 15%, che – limitatamente ai casi consentiti – si riduce al 5% per i primi 5 anni.

Ciò significa che, se il fatturato di quell’anno è pari a zero, anche il reddito imponibile sarà nullo. Di conseguenza, quell’anno non occorrerà versare alcunché per le tasse, poiché il calcolo dell’imposta sostitutiva risulterà “zero”.

2. Contributi previdenziali con reddito zero: a quanto ammontano?

Diverso è il caso dei contributi previdenziali che, a differenza delle imposte, non vengono calcolati allo stesso modo per tutti i lavoratori autonomi, bensì con modalità specifiche per ciascuna delle seguenti categorie:

  • Commercianti e artigiani iscritti alla Gestione INPS Commercianti/Artigiani;
  • Liberi professionisti con Cassa;
  • Liberi professionisti senza Cassa, iscritti alla Gestione Separata INPS.

Vediamo insieme, caso per caso, a quanto ammontano i contributi con una Partita IVA reddito zero.

a. Commercianti e artigiani

commercianti e gli artigiani iscritti alla CCIIAA fanno capo alle rispettive sezioni della Gestione INPS.

A questa categoria appartengono tutti quei lavoratori che svolgono un’attività imprenditoriale, che producono e vendono prodotti (anche on-line, come nel caso degli e-commerce, o in strada, come gli ambulanti), che gestiscono un esercizio pubblico o che offrono servizi alla persona (come ad es. il parrucchiere, l’estetista o il tatuatore).

Questa categoria è tenuta a versare dei contributi minimi fissi, che si aggirano intorno ai 3.900 euro annui, indipendentemente dal fatturato ottenuto nel corso dell’anno, dunque anche qualora il reddito fosse zero.

Tuttavia, ricordiamo che, per chi si avvale del regime forfettario, è possibile usufruire di una riduzione pari al 35% (con conseguente riduzione del numero di settimane di lavoro “coperte” dalla contribuzione).

Al costo dei contributi minimi, inoltre, occorre aggiungere il diritto annuale per l’iscrizione alla Camera di Commercio. Spesa che si aggira intorno ai 90 euro (la cifra esatta dipende dalla Camera a cui sei iscritto).

b. Liberi professionisti con Cassa

Veniamo adesso a tutti coloro che svolgono un’attività libero professionale e che fanno capo ad una Cassa specifica.

Ci riferiamo alle cosiddette “professioni ordinistiche”, vale a dire quelle che prevedono un Ordine e/o Albo Professionale a cui occorre essere iscritti per poter esercitare legalmente. Appartengono a questa categoria, ad esempio, gli avvocati, i medici, i giornalisti, gli psicologi, gli ingegneri e gli architetti… e via di seguito.

La maggior parte di queste Casse prevede dei versamenti fissi (v. ad esempio, INARCASSA, cui fanno riferimento architetti e ingegneri) da sostenere a prescindere dal fatturato, con aliquote e modalità stabilite dallo stesso ente.

Vi sono, poi, categorie “particolari”, come quella dei musicisti, attori e, in generale, dei lavoratori dello spettacolo, che fanno capo all’ex ENPALS. Se regolarmente collocati, dunque, sono soggetti ad una ritenuta pari al 9,19% del fatturato. Va da sé che gli artisti che, per un anno o più, presentano un reddito zero non subiscono alcuna ritenuta.

c. Liberi professionisti senza Cassa

Concludiamo con la terza ed ultima categoria: quella dei liberi professionisti senza Cassa. Appartengono ad essa tutti coloro che svolgono un’attività libero-professionale che, però, non è soggetta ad alcuna regolamentazione.

Parliamo, dunque, delle professioni nate di recente, come quelle legate all’area web (dal social media manager allo youtuber, per meglio intenderci) o quelle ancora poco diffuse (come, ad esempio, l’operatore olistico).

Tutte queste figure, non avendo né un Ordine, né una Cassa specifica, fanno riferimento alla Gestione Separata INPS, che prevede il versamento di contributi previdenziali con aliquota al 25,72% sul reddito imponibile.

Ne consegue che, a differenza delle prime due categorie di contribuenti, i professionisti senza Cassa non devono sostenere costi fissi di alcun genere: né le imposte, ma nemmeno i contributi previdenziali. Pertanto, se un professionista senza Cassa non fattura nulla durante l’anno, non dovrà versare alcunché in riferimento al periodo.

L’onorario del commercialista fa parte dei costi fissi?

Infine, c’è un’altra spesa che andrebbe menzionata, sebbene non si possa inserire tra i costi fissi di una Partita IVA: l’onorario del commercialista, figura indispensabile per chiunque svolga un’attività di lavoro autonomo.

L’onorario di un commercialista varia a seconda di tanti fattori: dal regime fiscale a cui sei assoggettato alla mole di adempimenti da gestire (che, per i forfettari, è decisamente inferiore), sino al prestigio dello studio a cui ti sei rivolto.

Ad ogni modo, anche questa spesa può essere ridotta. Come? Scegliendo un servizio on-line come FISCOZEN, che ti assiste nei vari obblighi legati alla tua Partita IVA, ad un prezzo ben più basso rispetto a qualsiasi commercialista.

Pertanto, se stai pensando di aprire Partita IVA, o se ne hai già una e vorresti risparmiare sui costi fissi, compila il form qui sotto e contattaci! Ti risponderemo quanto prima per una consulenza iniziale del tutto gratuita!

4.55/5 (11)

Questo articolo ti è stato utile? Lascia una valutazione