L’argomento che andremo a trattare oggi è, per certi versi, un po’ spinoso. Parleremo, infatti, delle problematiche legate alla Partita IVA unico committente, ovvero delle difficoltà a cui va incontro il freelancer che collabora con un solo committente, sia esso un’azienda privata, un’associazione o un ente pubblico. Cosa c’è da sapere?

Per alcuni, aprire la Partita IVA è un’importante opportunità di crescita economica e professionale. Per altri, un momento di passaggio nel cammino verso l’autoimprenditorialità. Per altri ancora, invece, l’apertura della Partita IVA rappresenta soltanto una scelta obbligata: l’unico modo per conservare un rapporto di lavoro.

Ci riferiamo al problema della Partita IVA unico committente o, per utilizzare un’espressione piuttosto comune tra i media, delle “false Partite IVA“. Cosa si intende? Facciamo un po’ di chiarezza sull’argomento, in modo tale che possiate scegliere, in modo quanto più libero e consapevole, se aprire o meno la vostra Partita IVA!

Lavoro dipendente o collaborazione?

Qual è la differenza tra un lavoratore dipendente e un freelancer? Quali sono i diversi compiti che un impiegato e un libero professionista sono tenuti ad eseguire? Nell’attuale mondo del lavoro, capita di fare confusione tra la figura del dipendente e quella del lavoratore autonomo. In realtà, a livello contrattuale e non solo, si tratta di ruoli ben distinti.

Vediamo quali sono le principali differenze:

  1. Contratto di lavoro → Mentre il dipendente avrà un contratto di assunzione a tempo determinato o indeterminato, il freelancer avrà un contratto di collaborazione (o, in certi casi, non ha un contratto).
  2. Orario di lavoro → Mentre il dipendente è tenuto a rispettare un orario di lavoro (sia esso full-time, part-time, oppure su turni), il lavoratore autonomo non è obbligato a prestare servizio in una specifica fascia oraria.
  3. Sede di lavoro → La stessa cosa vale per la sede di lavoro: il freelancer può lavorare anche da remoto.
  4. Imposte e contributi → Le tasse e i contributi del dipendente vengono pagati dal datore di lavoro, mediante trattenute dalla busta paga; il lavoratore autonomo, invece, è tenuto a versarli all’Agenzia delle Entrate.

Dunque, riassumendo: il lavoratore dipendente ha una sede e un orario di lavoro stabiliti dal contratto e fa parte dell’organico dell’azienda (o ente pubblico). Il freelancer, invece, è legalmente un collaboratore esterno, vale a dire una figura di supporto per il committente, del tutto autonoma nello svolgimento delle proprie mansioni.

False Partite IVA: cosa sono?

Vi sarà certamente capitato di sentir parlare delle “false Partite IVA“o di “Partita IVA unico committente“.

Cosa si intende con queste espressioni? Facciamo un po’ di chiarezza su questo argomento.

Capita, a volte, che un’azienda voglia risparmiare sul costo dei propri dipendenti e, al posto di assumere nuovo personale, preferisca instaurare collaborazioni con delle figure esterne. Di per sé non vi è nulla di male, purché la collaborazione segua, di fatto, le regole previste per il lavoro autonomo. Purtroppo però, in certi casi, il freelancer viene trattato al pari di un dipendente, pur non avendo i suoi stessi diritti dal punto di vista contrattuale e fiscale.

Dunque, le “false Partite IVA” sono collaboratori esterni che: hanno un orario e una sede fissa, lavorano per conto di un unico committente e, spesso, hanno dovuto aprire la Partita IVA su esplicita richiesta dell’azienda.

Si tratta, ovviamente, di un abuso che, in seguito alla riforma del lavoro voluta dal Jobs Act, è soggetto a sanzioni.

Il lavoratore autonomo costretto ad aprire Partita IVA, pur di non perdere la possibilità di collaborare con l’azienda, viene infatti tutelato, mentre il committente “furbetto” dovrà provvedere alla sua assunzione.

Presunzione di subordinazione: tutele per il freelance

Il D.Lgs. 81/2015, meglio noto come Jobs Act di Renzi, ha stabilito che le collaborazioni a Partita IVA vengano assimilate al lavoro dipendente/subordinato, qualora assumano il carattere di una “prestazione esclusivamente personale, continuativa, ripetitiva ed organizzata dal committente rispetto al luogo e all’orario di lavoro“.

Il principio di questa norma è detto “presunzione di subordinazione” e costituisce un’importante tutela per il freelance, qualora questi venga trattato come un dipendente aziendale, pur non godendo dei medesimi diritti.

Secondo la nuova disciplina, la presunzione di subordinazione si applica in presenza di tre condizioni:

  1. Prestazione esclusivamente personale → Quando il rapporto tra committente e lavoratore autonomo non è di natura prettamente personale, bensì quest’ultimo entra a far parte della struttura aziendale.
  2. Continuativa → Quando la collaborazione non ha una durata limitata, relativa alla singola opera.
  3. Organizzata e ripetitiva → Quando le mansioni del freelancer vengono, di fatto, organizzate dal committente, che stabilisce orari di lavoro fissi e richiede esplicitamente la sua presenza in sede.

Le suddette norme vanno a sostituire la disciplina stabilita dalla Legge Fornero. Che, al contrario, prevedeva che la presunzione di subordinazione scattasse mediante l’accertamento di due tra le seguenti condizioni:

  1. Durata → Vietato collaborare con un unico committente per più di 8 mesi l’anno, per 2 anni consecutivi.
  2. Fatturato → Se il fatturato con un unico committente supera l’80% del totale, per 2 anni consecutivi.
  3. Luogo → Se il lavoratore autonomo è chiamato a svolgere la propria attività nella sede del committente.

La riforma del lavoro del 2015 mira, dunque, a regolamentare un settore – quello delle Partite IVA – che assomiglia ad una “giungla”. Una “zona grigia” che lasciava giovani e meno giovani in balia di committenti disonesti e che dava luogo, tra licenziamenti, compensi irrisori, ferie e malattie negate, a veri e propri casi di sfruttamento del lavoro.

Presunzione di subordinazione: i rischi per il committente

Tra il lavoratore autonomo “fittizio” e il committente “furbetto”, è il primo a godere di maggiore tutela.

Nei casi accertati di abuso della collaborazione esterna, ovvero quando si applica la presunzione di subordinazione, il committente riceverà pesanti sanzioni e dovrà riparare alle proprie mancanze.

Cosa accade, dunque, per la Partita IVA unico committente (o false Partite IVA)? In questi casi, il freelancer viene, di fatto, considerato come un dipendente a tempo indeterminato. Dunque, il committente è tenuto a regolarizzare la collaborazione con un contratto di assunzione. Parallelamente, dovrà corrispondere gli arretrati relativi alla retribuzione, alla fiscalità e alla contribuzione, a partire dalla data di inizio del rapporto di lavoro.

Partita IVA unico committente: quali sono i rischi?

Se collaborate da un pezzo con un’azienda e vi viene richiesto di aprire la Partita IVA per proseguire con la collaborazione, è bene che vi soffermiate a riflettere riguardo ai rischi di una Partita IVA unico committente.

Innanzitutto, dovrete chiedervi se il rapporto instaurato con l’azienda o ente in questione rientri o meno nei canoni previsti per il lavoro autonomo. Provate, dunque, a rispondere con sincerità alle seguenti domande:

  1. Avete una postazione fissa in ufficio o in azienda?
  2. Avete un orario giornaliero o turni stabiliti dal vostro responsabile?
  3. Vi è preclusa la possibilità di collaborare con altre aziende?
  4. Il vostro committente stabilisce le modalità di svolgimento del vostro lavoro?
  5. Avete delle figure di supporto in azienda (o qualcuno che vi sostituisce in vostra assenza)?

Se avete risposto alla maggior parte delle domande, vi è un’alta probabilità di rientrare nella fattispecie delle false Partite IVA. Prima di provvedere all’apertura, pertanto, sarebbe il caso di tentare a ridiscutere gli accordi.

In caso di accertamenti da parte delle autorità, infatti, il vostro committente, o meglio datore di lavoro, potrebbe essere obbligato ad assumervi con contratto a tempo indeterminato. Come abbiamo visto, di fatto, i rischi di una Partita IVA unico committente ricadono dalla parte di chi approfitta delle collaborazioni autonome, per beneficiare a tutti gli effetti di un dipendente, senza provvedere agli oneri fiscali ed economici per quest’ultimo.

Partita IVA con committente unico: i casi di esclusione

La disciplina relativa alla Partita IVA unico committente non si applica tout court a tutti i lavoratori autonomi.

In alcuni casi, infatti, sono previste delle deroghe, che vengono incontro alle esigenze di determinati settori:

  • collaborazioni previste dal CCNL o consentite tramite accordo sindacale;
  • prestazioni rese da professionisti iscritti ad un Ordine Professionale;
  • prestazioni rese da membri degli organi di amministrazione e controllo delle aziende, nonché da partecipanti a collegi e/o commissioni, purché relative a tali ambiti;
  • prestazioni rese verso ASD, associazioni sportive e dilettantistiche riconosciute dal CONI;
  • prestazioni certificate in base ai requisiti dell’Art.76 del D.Lgs. 276/2003.

Conclusioni

In questo articolo abbiamo affrontato le problematiche legate alla Partita IVA unico committente e, in particolare, i rischi per chi abusa delle collaborazioni esterne e le tutele previste, invece, per i freelancers.

Se siete professionisti iscritti ad un Ordine o Albo Professionale (vedi medici e infermieri, ma anche avvocati, architetti, ingegneri, ecc.), potrete intraprendere una collaborazione con un unico committente. Le cose cambiano, invece, per chi svolge un’attività non regolamentata, come le nuove professioni digitali e non solo.

3.83/5 (6)

Questo articolo ti è stato utile? Lascia una valutazione